Rischio di portafoglio

Una delle cosa che si imparano quando ci si avvicina al mondo del trading, o che viene insegnata nelle università, in qualsiasi corso di finanza matematica, è il concetto di diversificazione degli investimenti. Numerose sono le teorie e gli studi che dimostrano l’efficacia nella gestione del rischio di portafoglio, di una buona diversificazione. Già, ma in cosa consiste esattamente?

Per prima cosa bisogna esprimere il concetto di rischio, in particolare il rischio di portafoglio, che viene inteso come la variabilità dei rendimenti che un insieme di titoli può subire nel corso del tempo. La grandezza statistica, attraverso la quale viene misurato il rischio di portafoglio è la varianza (σ2) e una delle teorie classiche, la teoria della Frontiera Efficiente, sostiene che dati un insieme di portafogli, il portafoglio efficiente, ovvero quello che massimizza l’utilità dell’investitore, risulta essere quello che a parità di rendimento atteso presenta una varianza (ovvero rischio) minore.

Tale parentesi vuole essere un modo per tornare ad analizzare il concetto di diversificazione, e vedere come lo stesso può avere diverse sfaccettature. Primo tipo di diversificazione è quella settoriale, infatti una delle pratiche che vengono comunemente adottate, è quello di pensare di poter gestire il rischio, semplicemente acquistando titoli azionari appartenenti settori differenti. Questo modo di operare non tiene conto del fatto che quando l’economia va male in generale, c’è una componente di rischio, rischio sistemico, che non può essere ridotta  e pertanto espone ugualmente l’investitore a pesanti perdite di denaro.

Gestione del rischio di portafoglio: tre diversi approcci

Il rischio deve essere analizzato secondo un’accezione ben più estesa, infatti è bene precisare che quando si parla di diversificazione, soprattutto per chi opera nel trading, deve ragionare con vedute più ampie, ecco allora come tale concetto assume molta più efficacia quando si parla di diversificazione di strategie, temporale e in base ai mercati e gli strumenti da tradare. Si potrebbe continuare ancora, ma mi limiterò a questi tre enunciati.

Si può diversificare in maniera soddisfacente anche operando con due soli strumenti, se ad esempio si prende in esame l’etf Spy, ovvero l’etf sull’indice americano S&P 500, con un solo titolo si ha la possibilità di essere long su 500 azioni a maggiore capitalizzazione del più importante mercato mondiale. A copertura della posizione in acquisto si può comprare un’opzione call sul Vix, attraverso la quale mi copro da eventuali crolli del mercato. Ovviamente non esiste un modo per eliminare del tutto il rischio, ma con delle buone accortezze si può tentare di gestirlo al meglio.

Si è parlato di diversificazione temporale, in questo caso l’obiettivo è quello di tentare un ingresso sul mercato attraverso lo stesso strumento, in tempi diversi, in tal modo si può valutare se la tecnica che si sta implementando stia producendo i risultati sperati.

L’ultimo tipo di diversificazione, a mio avviso quella più significativa, suggerisce che per una buona operatività è molto importante avere un ampio range di mercati da tradare, come azionario, forex, commodities, obbligazionario. In tal modo si ha la possibilità di avere un’esposizione, sia long che short, su tanti strumenti diversi e soprattutto poco correlati, in alcuni casi del tutto incorrelati, tra loro. Dunque quando qualcuno parla di diversificazione, è bene che tenga conto di tutti questi fattori e non limitarsi a suggerire un portafoglio di titoli in acquisto che appartengono a settori diversi…